Una cosa che non vi ho mai detto

Qualche giorno fa ho ricevuto un pacco dalla famiglia californiana. Conteneva diverse cose tra cui una fotografia e un bigliettino che diceva: “Ho pensato ti avrebbe fatto piacere tenerla con te”. Prima di farvi vedere la foto, devo raccontarvi un po’ di cose. Mettiamoci comodi.

Breve backstory per chi mi conosce da poco tempo: la famiglia californiana, e nello specifico la signora Katie che vedete in foto qui sotto, è la famiglia che mi ha accolta nel mio primo viaggio-studio negli Stati Uniti, nell’ormai lontano luglio del 2004.

Da quell’estate è scoppiato l’amore, e io sono andata a San Francisco almeno una volta all’anno per salutare Katie, e lei faceva lo stesso con me in Italia. Insomma, le due famiglie si sono unite, a dispetto della distanza geografica e anche linguistica (vedere le mie due nonne, una italiana e l’altra americana, diventare amiche senza aver bisogno di parole in comune è stata una di quelle cose che mai dimenticherò nella vita).

Katie è stata una delle persone che ha fatto un discorso in pubblico durante la nostra cerimonia di matrimonio, la prima a sapere di un sacco di cose di me. Insomma, è stata una delle persone più importanti della mia vita. Ed è venuta a mancare proprio nel weekend in cui sono andata a trovarla mentre abitavo a Chicago l’anno scorso. Tutti mi hanno detto che è stato un segno del destino. Non so se è così, ma di certo la goddess of timing non manca di senso della giustizia.

Katie è una persona davvero straordinaria (ancora non riesco a parlarne solo al passato, scusate). Era nata a Chicago e cresciuta in una meravigliosa cittadina lì vicino chiamata Riverside: da questi due luoghi nel Midwest aveva ereditato un amore per la storia e l’architettura che si è portata fino agli ultimi anni della sua vita. Aveva frequentato l’università a Boulder in Colorado e poi, complice un marito nell’esercito, si era trasferita a San Francisco negli anni Sessanta. La Bay Area l’avrebbe adottata senza riserve anche una volta tornata single, perché loro erano fatte della stessa materia: progressiste, bizzarre, empatiche, impulsive, alternative.

Negli anni Settanta Katie acquistò una delle case più antiche di Albany e con un prestito dalla zia e il suo stipendio da insegnante delle elementari. Erano gli anni delle Pantere Nere, e mi raccontava sempre che tra i suoi alunni c’erano anche i loro figli.

Proprio dalla nonna Katie ho ereditato l’amore per la lingua inglese e per l’insegnamento. Ma in realtà, a ben pensarci, da lei ho ereditato qualcosa di ben più importante, e cioè l’amore per le storie. Katie era capace di intessere un arazzo ogni volta che voleva darci un’informazione: si partiva lontanissimi dal punto della questione, aggiungeva centinaia di dettagli all’apparenza irrilevanti, ma quando finiva di parlare ti accorgevi di aver avuto davanti come un piccolo film. C’era chi usciva esausto dagli incontri con lei, ma io l’ho sempre amata per questo. Mi incantava.

Mi ci sono voluti anni, prima di decidere che avrei anche io scelto la via della narrazione. Sono una persona estremamente riservata, specie per quanto riguarda quello che mi sta davvero a cuore. Ma Katie ammaliava chiunque avesse attorno con le sue storie – volevo fare lo stesso. Il risultato di quell’impulso, oltre ad anni di ricerca e sudore e fatica (😂 ora ci rido ma solo perché è passato qualche anno) è stato il mio libro dedicato alla città di San Francisco. Una lettera d’amore che continua a incantare ancora oggi i tanti viaggiatori che lo scelgono prima di partire per un viaggio in California.

Il libro fu un grande salto in avanti – non tanto perché lo portai in giro per l’Italia e venne recensito su giornali importanti, ma perché avevo l’impressione che in qualche modo si fossero rotti gli argini.

Una volta che avevo iniziato a raccontare, insomma, non volevo più smettere.

E allora ho iniziato a scrivere dei miei viaggi in treno avanti e indietro per tutti gli Stati Uniti, dei miei pellegrinaggi letterari, delle mie osservazioni linguistiche.

E proprio grazie al libro su San Francisco si è concretizzato il sogno più grande: quello di creare un luogo dove raccontare le storie che si nascondono dietro alle parole della lingua inglese che si usa negli Stati Uniti. Così sono nati questo sito, questo profilo Instagram e questa newsletter.

Ci sono parole che mi hanno sempre affascinata. Per esempio, perché chiamiamo gli americani Yankee? O perché negli Stati Uniti chiamano i biscotti cookies? O perché l’hamburger si chiama così anche se non è fatto col prosciutto? Questo ha a che fare con la lingua inglese, certo, ma sono storie che non stanno nei classici dizionari.

Sono storie dove è necessario partire lontanissimi dal punto della questione e aggiungere centinaia di dettagli all’apparenza irrilevanti, ma alla fine ti accorgi di aver avuto davanti come un piccolo film. 

Oggi queste storie sono disponibili a chiunque abbia voglia di ascoltarle. Si chiama The Grid – an American Language, ed è un viaggio intensissimo nelle storie che stanno dietro alle parole dell’inglese americano, ma contiene anche un sacco di strumenti per capire – finalmente! – perché la pronuncia americana è diversa da quella britannica (spoiler: non è che basta pronunciare le r), e persino perché le due grammatiche sono divergenti.

Vorrei poterlo dire alla Elena di questa foto, che mi è arrivata proprio qualche giorno fa dalla California: eravamo io e Katie, alla presentazione del mio libro a San Francisco nel 2018 (in questa bellissima libreria italiana di North Beach, se siete da quelle parti fateci un salto). Non ci avrei sicuramente creduto. Katie, che invece ci ha sempre visto lungo, sì. Mi avrebbe detto solo: “Go for it, honey. If not you, who else?”. Se non tu, chi può farlo?

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