I can’t breathe: qualche parola per capire la conversazione attorno al razzismo negli Stati Uniti

“I can’t breathe”: queste sono state le ultime parole di George Floyd mentre un poliziotto a Minneapolis lo teneva immobilizzato a terra, con un ginocchio piantato nel collo per oltre sette minuti. George era un uomo alto, muscoloso. Nero.

“An African-American man is threatening my life”, diceva invece qualche ora prima al telefono col 911 una ragazza – bianca – a New York, arrabbiata perché un uomo – nero – le chiedeva di tenere il suo cane al guinzaglio come previsto dal regolamento di quella zona di Central Park.

Investigation launched into Central Park incident involving white ...

Due episodi apparentemente lontani, sia dal punto di vista geografico sia nell’esito. Eppure, sono legati saldamente dal filo rosso del razzismo che permea la società americana nel profondo. Entrambi diventati subito parte del discorso nazionale perché ripresi dai cellulari dei testimoni o dei diretti interessati. I media non hanno faticato a cogliere il nesso e così in questi giorni tutti i giornali del paese e sui social network ritorna la dolorosa conversazione collettiva attorno a questo tema.

Non è facile, per un viaggiatore – o semplicemente per chiunque sia interessato a vario titolo agli Stati Uniti – capire che storia complessa e che ferita aperta questa sia ancora. Sono lontani i tempi di “separate but equal”, eppure a leggere i fatti di cronaca sembra che non ci siamo lasciati davvero alle spalle l’epoca della segregazione.

Perché se è vero che tutti gli uomini sono uguali davanti alla legge, è anche vero che è molto più probabile che un uomo nero venga ucciso da un poliziotto, rispetto a uno bianco; è molto più probabile che un ragazzo nero abbandoni gli studi; è molto più probabile che per un nero non esista un vero ascensore sociale; è molto più probabile che un nero fatichi a trovare lavoro perché, chissà come mai, “non era la persona giusta per questo ruolo”. E giusto per rimanere ancorati alle cronache di questo periodo, gli afro-americani sono stati colpiti in modo non proporzionale dal Covid-19.

Coronavirus: Why has the virus hit African Americans so hard ...

I fatti di oggi non sono nemmeno un caso isolato. A inizio mese era scoppiato uno scandalo quando era diventato virale un video che mostrava due uomini bianchi a bordo di un camioncino mentre sparavano a un ragazzo nero colpevole di fare jogging nel loro quartiere. Ahmaud Arbery morì sul colpo. Il fatto risaliva a febbraio, e se quel video non fosse apparso gli uomini responsabili dell’omicidio sarebbero stati ancora a piede libero ora. “Being Black is not a crime”, si legge sui cartelli dei manifestanti in protesta nei giorni immediatamente successivi. “I run with Ahmaud”. “Jogging while black“, correre da nero, scrivono altri: un refrain molto comune che vuole sottolineare quanto qualsiasi azione, se fatta da un nero, possa subito costituire un pericolo. Driving while black; walking while black; standing in line while black.

In his final days, Ahmaud Arbery's life was at a crossroads | WCTI

Non possono non tornare alla mente i casi particolarmente eclatanti degli anni scorsi: Michael Brown, ucciso a Ferguson in Missouri nel 2014; Eric Garner, ucciso (peraltro, ancora per soffocamento) a Staten Island lo stesso anno. Questi casi avevano aiutato a gettare luce sull’uso eccessivo della violenza da parte della polizia ed è evidente che il problema esista ancora oggi, esacerbato da un clima politico di incertezza e tensione.

Officer in Eric Garner death to face disciplinary proceeding

Sto scrivendo di getto e spero mi si possa perdonare qualche eventuale imprecisione, ma mi premeva fornire ai miei studenti in primis, e ai miei lettori in generale, qualche parola qui per provare a capire almeno in parte la conversazione attorno al razzismo che sta avvenendo in queste ore. Il materiale sarebbe molto più vasto, ma cercherò di fare una forte selezione.

Qualche parola per capire la conversazione attorno al razzismo negli Stati Uniti

Un murale a Memphis che omaggia l’omonima marcia per i diritti civili

1) Institutional racism

L’institutional racism [pron. “reisisem”] è quell’insieme di pratiche istituzionali che anziché abbattere le differenze tra gruppi etnici, le rinforzano. Anche se la questione razziale spesso non è nemmeno sfiorata, la si percepisce a ogni livello ed è molto manifesta. Per stare in un’area che conosco bene, quella di San Francisco: la maggior parte dei ricoveri per senzatetto viene costruita in quartieri “etnici”, ispanici o afroamericani; oppure uno dei quartieri più popolari della città, abitato per la maggior parte da neri, si è scoperto solo qualche anno fa essere costruito su terreni contaminati. Ci sarebbe un’infinità di altri esempi e non escludo di aggiungerne altri tra qualche giorno, quando non sarà quasi mezzanotte e non avrò alle spalle 6 ore di lezioni. 🙂

2) Karen

Ah, Karen. Karen è il mio preferito perché è uno di quei riferimenti che quasi tutti gli americani colgono al volo, specie quelli che navigano su internet, ma che rimane oscuro per chiunque sia fuori da quella cultura o non la frequenti abitualmente.

Karen è la tipica donna bianca privilegiata (entitled), che si sente quindi in diritto di esercitare un certo privilegio. Leggevo stamane nelle cronache relative all’incidente in Central Park che la proprietaria del cane ha “unleashed her inner Karen“, “ha sguinzagliato la Karen che si portava dentro” quando ha deciso di chiamare il 911 mentendo sulla minaccia di cui si sentiva vittima. Ironicamente, lo scontro con il bird-watcher che ha dato origine all’incidente nasceva proprio dal rifiuto della donna di tenere il cane al guinzaglio (on a leash).

Karen ha persino il suo taglio di capelli, il suo motto (“Can I speak to the manager?” per lamentarsi del servizio ricevuto al ristorante) insieme a una serie infinita di meme a lei dedicati. Google it to believe it.

Karen | Know Your Meme

3) White Fragility

Il concetto di “Karen” è strettamente legato a quello di “fragilità bianca”, ovvero quella fragilità che spinge una persona bianca a reagire in modo sproporzionato rispetto alla situazione quando le sue opinioni riguardo al razzismo vengono messe in discussione, agendo in modo eccessivamente difensivo (il classico “ma guarda che io ho tanti amici neri”), oppure mostrando emozioni come rabbia, paura o senso di colpa. La White Fragility viene esplorata in questo libro di grandissimo interesse che ho iniziato a leggere qualche mese fa, molto consigliato (ma vai alla fine dell’articolo per trovare altri suggerimenti di lettura e visione). Sempre della stessa autrice, una mia lettrice che vive negli Stati Uniti, Laura, consiglia anche “What does it mean to be white?”.

4) P.O.C.

“POC” è l’acronimo di People of Color e si usa nell’inglese americano sia come sostantivo che come aggettivo. La denominazione “African-American”, naturalmente, finisce per escludere tutte quelle categorie svantaggiate che però non sono afro-americani, come i sudamericani o gli immigrati dal sudest asiatico. Così, le politiche relative a queste fasce della popolazione si chiamano POC policies. Si discute tanto anche della creazione di POC safe spaces, dei “luoghi sicuri” riservati alle persone di colore per esplorare e valorizzare la propria identità senza avere il timore che venga soppressa. Sapevi che, per buona parte del Novecento, anche gli italiani erano considerati “people of color”? Questo mi ha sempre fatta riflettere sull’arbitrarietà di certe classificazioni, che però decreta il destino di generazioni intere.

5) Racial bias / unconscious bias

Spesso i corpi di polizia, ma anche il management aziendale deve seguire corsi che trattino di questi argomenti, ovvero dell’involontario pregiudizio (appunto bias, pronunciato “baias”) nei confronti di una particolare etnia. Un nero – e su questo c’è una letteratura molto ampia che passa anche dai grandi autori afroamericani Richard Wright e James Baldwin – è visto come pericoloso e minaccioso a prescindere ed è evidente che questo pregiudizio comprometta lo svolgimento di un buon servizio, che sia lo stesso per tutti, da parte della polizia. Una cosa che trovo agghiacciante è che tutte le madri afroamericane specie se hanno figli maschi debbano avere “the talk”, la chiacchierata. Cos’è “the talk”? Un discorso in cui insegnano al loro bambino come comportarsi se si viene fermati dalla polizia. Perché se sei bianco, sai che la polizia è al tuo servizio. Nessun genitore deve insegnarti come comportarti. Ma se sei nero, non hai il lusso di non poterti sentire minacciato.

Racial Bias, Even When We Have Good Intentions - The New York Times

Qualche lettura ulteriore

Ci sono molti spunti di lettura che vi consiglio con tutto il cuore. Non sono sempre letture facili, ma spero possano offrirvi qualche momento di riflessione. Quando c’è anche una edizione italiana, c’è il link. Altrimenti, trovate solo quella originale.

  • Sempre stando sulla carta stampata, Death by Gentrification di Rebecca Solnit è uno di quei pezzi che cambiano la vita. La storia che racconta riguarda un ragazzo latino ucciso mentre passeggiava nel parco dietro casa, a San Francisco, nel 2014. E’ anche a seguito di quella vicenda che io decisi, l’anno seguente, di scrivere un libro sulla storia della città.
  • Invisible Man di Ralph Ellison è un altro libro essenziale da leggere. Si trova anche in italiano, “Uomo invisibile” è uscito per Einaudi e dovrebbe trovarsi nel circuito dell’usato.
  • Native Son di Richard Wright è un altro grande classico, edito in italiano da Einaudi col titolo Ragazzo Negro.
  • Il tema delle prigioni sovraffollate, e in generale quello della giustizia negli Stati Uniti, è un tema che ho affrontato diverse volte nelle mie lezioni di inglese americano. Questo libro è un buon punto da cui partire ed esamina come il sistema della giustizia funzioni in modo diverso a seconda che tu sia bianco o nero (o POC).

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