11 settembre: esplorare le parole dell’indicibile

Gli americani la chiamano flashbulb memory, quando siamo testimoni di un evento così tragico che il nostro cervello fa una fotografia sensoriale del momento. La mia fotografia inquadra un paio All Star rosse e ciocche di capelli biondi che vi cadono accanto: l’ho saputo via messaggio su un vecchissimo Nokia, ed ero dal parrucchiere. A casa di corsa, in preda al panico, temendo che stesse arrivando la guerra. Qualcun altro, in Italia, stava finendo di mangiare, passando l’aspirapolvere, leggendo le notizie sui primi quotidiani online. Un’amica si trovava in Siria per uno scavo archeologico e da lei ho imparato che l’11 settembre se non sei occidentale ha una valenza ben diversa.

La mia prima volta negli Stati Uniti fu nel luglio del 2004 ed eravamo in piena guerra in Iraq. Mi trovavo in California, la patria del pacifismo, e a ogni palo dell’elettricità erano appesi manifesti anti-Bush e contro la “guerra al terrorismo”. Oriana Fallaci era solo “that angry Italian lady”. Ogni qualvolta provassi ad avvicinarmi a un argomento legato all’attualità, si finiva inevitabilmente per parlare dell’attacco al World Trade Center. La ferita era ancora aperta, e bruciava. Nessuno riusciva a parlarne senza scoppiare a piangere. Uomini, donne, giovani, vecchi. “Oh, man.” “Prendi un bel respiro”, sembravano dirsi. “Puoi parlarne con questa ragazzina italiana che è curiosa. Puoi farcela”.

Allora, mi trasformavo semplicemente in un registratore. Ero lì solo per ascoltare storie. Le flashbulb memories sono le più diverse: c’è chi ricorda l’odore del caffè bruciato, prima di uscire di casa per andare in università. Chi ricorda il panico del non sentirsi più al sicuro in nessun luogo. Chi si è ritrovata dall’altra parte del paese e per raggiungere la famiglia – nel totale shutdown dei trasporti dei giorni successivi – ha guidato per tre giorni e tre notti in una scassata auto a noleggio.

Queste storie sono disponibili per chiunque abbia voglia di ascoltarle: vi lascio qui qualche suggestione, sentitevi liberi di gironzolare a piacimento tra questi link.

Qualche tempo fa, il National Museum of American History dello Smithsonian Institute ha dedicato una mostra a queste flashbulb memories di cui parlavo: espresse con quella struttura tipica che si usa per descrivere un’azione continuata nel passato (past continuous) che viene interrotta da una improvvisa (past simple): per esempio, “My husband was preparing for work when I switched on the TV and saw the first tower collapse”. Leggere questi ricordi scritti a matita mi fa sempre un certo effetto.

La Biblioteca del Congresso, da parte sua, sin dal giorno successivo alla tragedia ha iniziato a raccogliere e catalogare il materiale relativo a Nine-Eleven tra cui testimonianze, fotografie, illustrazioni, fumetti e poster. Nell’ambito del progetto “September 11, 2001” ha inoltre registrato brevi interviste in tutti gli Stati Uniti. Queste piccole schegge di umanità sono di grandissimo interesse sia dal punto di vista narrativo che linguistico; raccontano una parte di vita americana, e lo fanno con il lessico e l’accento tipico di certe zone. Trovate le interviste qui. Ascoltate per esempio l’intervista a Dan, che vi parla dalla piccola Dekalb in Illinois e avrà dunque un accento tipico del Midwest; oppure, perché non perdervi direttamente nell’indice dei luoghi dove le interviste sono state condotte? Li trovate elencati qui.

E se vi piacciono le storie, naturalmente, il materiale narrativo non manca. Qualche anno fa, Off the Shelf ha pubblicato una lista di libri di narrativa legati in diversi modi al Nine-Eleven. Vi troverete Falling Man di De Lillo (“L’uomo che cade”, pubblicato in Italia da Einaudi), Extremely Loud and Incredibly Close di Foer (“Molto forte, incredibilmente vicino”), The Reluctant Fundamentalist di Monhsin Hamid (“Il fondamentalista riluttante”, Feltrinelli). Un po’ i grandi classici, insomma.

Se invece – come me – siete lettori di saggistica, mi sento di consigliarvi due letture. Fall and Rise: the Story of 9/11 del giornalista del Boston Globe Mitchell Zuckoff è un gran libro di creative nonfiction (saggistica pop, scorrevole e coinvolgente come un romanzo: gli americani sono maestri in questo) che adotta un approccio cinematografico al racconto di quella terribile giornata. Un altro gran pezzo di giornalismo culturale (questo, invece, è gratuito) è quello che fu commissionato dalla rivista Rolling Stone a David Foster Wallace. Racconta the aftermath of 9/11, i postumi della tragedia, osservati in una piccola città in Illinois. Trovate il reportage qui.

Buon ascolto, e buone letture americane,

Elena

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